Pedofilia, a processo Jozef Wesolowski, ex nunzio apostolico

NUNZIO APOSTOLICO PEDOFILOSarà la prima volta che in Vaticano viene processato penalmente un ex arcivescovo per reati di pedofilia. Sabato mattina, nella piccola aula del Tribunale della Città del Vaticano, andrà alla sbarra l’ex nunzio nella Repubblica Dominicana, il polacco Jozef Wesolowski, per rispondere delle gravi accuse di abusi sessuali su minori, commessi a Santo Domingo, e detenzione di un ingente materiale pedopornografico.

Imputazioni per le quali, dopo essere stato ridotto allo stato laicale in primo grado nel processo canonico dell’ex Sant’Uffizio, Wesolowski era stato posto il 22 settembre scorso agli arresti domiciliari in Vaticano (tuttora, pur rimesso in libertà, non può lasciare i confini del piccolo Stato d’Oltretevere) e per le quali ora rischia fino a sette anni di carcere, salvo la contestazione di ulteriori aggravanti.

In attesa del processo, che segna quant’altri mai l’autentica svolta impressa da papa Francesco sui reati di pedofilia, senza sconti per nessuno e tanto meno per gli alti prelati, Wesolowski in questi giorni è stato visto ancora aggirarsi in Vaticano, dove comunque ha libertà di movimento, e rientrare verso la sua residenza del Collegio dei Penitenzieri, all’ultimo piano dello stesso Palazzo che ospita il tribunale, aprendo la porta con le sue chiavi. Proprio al Collegio dei Penitenzieri cioè dei frati francescani che confessano i fedeli nella basilica di San Pietro, aveva trascorsi ai domiciliari fino a fine novembre i due mesi di custodia cautelare.

A giudicare l’ex arcivescovo, assistito come difensore dall’avvocato Antonello Blasi, sarà un collegio interamente di laici, presieduto da Giuseppe Dalla Torre (ex rettore della Lumsa, già presidente nel processo all’ex maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, per il caso Vatileaks), con a latere i giudici Piero Antonio Bonnet e Paolo Papanti-Pelletier. A sostenere l’accusa sarà il promotore di giustizia Gian Piero Milano, che ha condotto l’inchiesta su Wesolowski e ne ha richiesto il rinvio a giudizio, poi
decretato il 6 giugno scorso dallo stesso Dalla Torre.

All’ex prelato vengono contestati reati commessi sia durante il suo soggiorno a Roma dall’agosto 2013 sino al momento dell’arresto, sia nel periodo trascorso a Santo Domingo, nei cinque anni in cui è stato nunzio (il 24 gennaio 2008 era stato nominato nunzio nella Repubblica Dominicana e delegato apostolico a Porto Rico, uffici da cui si è dimesso il 21 agosto 2013, richiamato a Roma da papa Francesco dopo le gravi accuse emerse nello Stato caraibico).

Per il periodo trascorso a Roma, il provvedimento di rinvio a giudizio contesta il reato di detenzione di materiale pedopornografico, introdotto peraltro da papa Francesco con la legge n. VIII del 2013: si tratta di un ingente quantitativo di foto e filmini “a luci rosse” con al centro minori. Per il periodo precedente, il quadro di accusa si basa sul materiale probatorio trasmesso dalla magistratura di Santo Domingo, i cui vertici nei mesi scorsi sono stati anche in Vaticano, in merito agli abusi sessuali su minori. Secondo le indagini della procura locale, l’ex arcivescovo, che a giorni compirà 67 anni, avrebbe pagato almeno sette minori, adescati nella zona portuale di Santo Domingo, per guardarli e filmarli mentre si masturbavano.

Il dossier su Wesolowski comprende gli interrogatori all’ex seminarista Francisco Occi Reyes, che già in stato di arresto dal giugno 2013 riferì di essere stato l’amante dell’ex nunzio, al quale avrebbe anche procurato adolescenti. L’insieme delle gravi accuse passerà ora al vaglio del Tribunale vaticano, che potrà disporre, per il definitivo accertamento dei fatti, sia di perizie tecniche sui computer dell’imputato, sia eventualmente di forme di ulteriore cooperazione giudiziale con le autorità di Santo Domingo per la valutazione delle prove testimoniali da lì provenienti.

L’intenzione, ha spiegato la sala stampa vaticana, è quella di “effettuare i più attenti riscontri ed approfondimenti“. La raccomandazione del Papa, ora in viaggio in America Latina, per “un caso così grave e delicato” era stata quella del “giusto e necessario rigore, con assunzione piena di responsabilità da parte delle istituzioni che fanno capo alla Santa Sede“.

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