“E se fosse gay?” Famiglie alla scoperta dei propri figli omosessuali

ubimor
“Preferirei essere negro piuttosto che gay, perché se sei negro non lo devi dire a tua madre!” scriveva ironicamente l’attore Charles Pierce. Molti adolescenti, scoprendosi omosessuali potrebbero pensarla allo stesso modo. Se, nelle famiglie, la crescita dei figli, la loro scoperta del sesso e della sessualità è sempre un momento delicato, accompagnato da paure ed emozioni diverse,cosa accade nelle famiglie quando ci sono ragazzi che amano ragazzi, ragazze che amano ragazze? L’adolescente si interroga sulla propria sessualità, sperimenta il proprio corpo e prova attrazioni diverse, anche per lo stesso sesso. Certo, inizialmente, per le ragazze è più facile, loro possono andare in giro mano nella mano, dormire insieme, farsi carezze. Ma non sempre sono emozioni passeggere. Quando ci si accorge di amare persone dello stesso sesso, non tutti i ragazzi trovano accanto un genitore in grado di parlare con loro.
Nei genitori si possono notare due fasi ben distinte, il PRIMA e il DOPO. 
PRIMA. E’ il momento del dubbio, del sospetto, quando i ragazzi non parlano e non ci sono “prove” della loro sessualità. Alcuni genitori fanno finta di niente (“è timido, esce solo con gli amici, prima o poi troverà la ragazza giusta”), altri si mettono a fare il detective, più spesso le madri, alla ricerca di segnali che siano in una direzione o l’altra. Ecco allora che si gira nella stanza dei figli in preda ad una fame di indizi, si spia persino il diario o il cellulare, facebook, magari si fanno domande agli amici ma non al diretto interessato. Questo crea distanza, il ragazzo che dovesse scoprirlo si sentirà tradito, non accettato, di certo non avrà voglia di parlarne. Mentre quello di cui ci sarebbe bisogno è dialogo, comprensione, il “permesso” di trovare le parole per raccontarsi. Battute a sfondo etero per “stanare” il macho della situazione porteranno solo dolore, o peggio, finzione. Far capire che si può parlare di sesso, anche omosessuale, aiuterà i figli a sentirsi capaci di dire, senza paura del giudizio. Ma per poter accogliere un figlio, ogni genitore di certo dovrebbe sapere cosa pensa, cosa prova, di fronte ad argomenti delicati come la sessualità. Come si sentono per primi loro genitori, quali sono i loro stereotipi, quanta libertà hanno di pensare serenamente al sesso? E quanto ne sanno davvero sull’omosessualità? Come la immaginano? Sanno distinguere quanto si vede in TV dalla vita reale? Molti genitori sono ancora sicuri che se il loro ragazzo fosse gay andrebbe curato, come fosse malato. Sono spaventati dal mondo esterno, dai pregiudizi, da come la prenderanno fuori nel mondo, ma il mondo inizia dentro casa e per i ragazzi è il loro giudizio per primo a gravare.

DOPO. E se poi è lo stesso ragazzo a comunicare la propria omosessualità? Quando dovesse arrivare il cosiddetto Coming Out, dall’inglese “uscire fuori (dall’armadio in cui ci si rinchiusi)”, cosa succede? Quando un figlio parla chiaramente, magari dopo anni e anni di silenzio, sarà importante essere disponibili ad un incontro, provando a guardare il mondo con gli occhi del figlio, ascoltare senza giudicare, accettare e proteggere il legame con lui, evitando che le scelte rispetto alla sessualità siano scelte di rottura con la famiglia, perché è proprio per non perdere la famiglia che spesso non si dice niente a casa.

Perché è tanto difficile? Molto fanno le aspettative dei genitori, quelle presenti prima ancora di conoscerli. Alcuni genitori, sinceramente terrorizzati dalla possibilità di un figlio gay, pensano sia un periodo di transizione verso la “normalità”, sperano di poterli “curare” con un colloquio dallo psicologo, eppure questi ragazzi non sono da riparare e da quegli psicologi è meglio non andare. Certo, inizialmente potrebbe esserci incredulità, anche imbarazzo, ma è importante che i genitori si prendano il loro tempo, facciano i conti con le emozioni che provano e con le loro storie familiari, prima di rispondere velocemente e male. Quando si avrà fatta propria la notizia, allora sarà possibile incontrare il proprio pargolo tutto intero, non più guardato con gli occhi con cui lo si guardava da piccolo ma accettato come una persona essenzialmente uguale e solo in parte nuova. Le paure sono presenti da tutte e due le parti, l’importante e riuscire ad andare al di là di quella iniziale vergogna. E poi? Parlare con i propri figli perché sono i propri figli e come tutti i figli fanno, spesso non sono quello che si sognava quando li si portava in grembo, ma sono molto altro di fantastico e hanno bisogno del genitore che hanno di fronte, per crescere, accettarsi e viversi serenamente.

A cura di Ubiminor.org,  Cooperativa Sociale Arimo
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