BENEDISSE COPPIA GAY, PADRE ESPOSITO: “CONCLAVE? POCA MODERNITÀ”

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“Mi auguro che il mio pessimismo sia eccessivo, ma non mi aspetto granché da questo conclave, composto da cardinali nominati sotto i due ultimi pontificati, i quali non hanno certo brillato quanto ad apertura nei confronti della modernità”. È questa l’opinione di Alessandro Esposito, pastore della chiesa valdese di Trapani e Marsala, a proposito del conclave per l’elezione del nuovo pontefice. Alessandro Esposito ha sposato la modernità della chiesa valdese ed è riuscito in compito forse ancora più più arduo: trasmettere a una piccola comunità siciliana quel sentimento di apertura che dovrebbe animare qualunque gruppo religioso. A Trapani, con grande scalpore da tutta Italia, Alessandro Esposito celebrò, appena qualche anno fa, la prima benedizione a una coppia di donne omosessuali. Ovviamente dopo essersi confrontato con la sua comunità, che ha accolto favorevolmente l’apertura della chiesa valdese a chi sconta il ‘peccato’ di amare una persona del suo stesso sesso. La comunità del pastore Esposito a Marsala ha creato un gruppo solido, capace di lavorare al fianco dei cristiani cattolici e dei cristiani pentecostali. Insomma, in piccolo, nella remota landa siciliana, si fa già quello che il mondo si aspetta dalla Chiesa: un’apertura e un dialogo costruttivo con l’altro, che tutto dev’essere considerato, fuorché un nemico.

 A proposito delle dimissioni di Papa Benedetto XVI. Cosa ha pensato quando ha appeso la notizia? Cosa può spingere, secondo lei, un pastore di anime a non sentirsi più all’altezza di guidare il suo gregge?

“Beh, non nego che la notizia mi ha colto di sorpresa: non mi aspettavo un gesto così plateale e, in un certo qual modo, coerente: devo ammettere che mi ha colpito positivamente. Chiarisco, per non dare adito a fraintendimenti: ritengo che si sia trattato di un gesto di grande responsabilità. Detto ciò, è ovvio che le reali e complesse motivazioni che lo hanno determinato sono in parte oscure (e temo che tali rimarranno per lungo tempo) ed in parte torbide (sono note a tutti le incresciose vicende legate allo scandalo relativo alla pedofilia in seno ad alcune parrocchie cattoliche ed al suo occultamento messo in atto dai responsabili a livello istituzionale; le operazioni finanziarie di dubbia moralità e di palese illegalità realizzate dallo IOR; l’intricata vicenda della sottrazione di documenti riservati che va sotto il nome divatileaks e che è stata dichiarata risolta mediante lo svolgimento di indagini interne e l’applicazione di una giustizia piuttosto sommaria). Sono persuaso, dunque, che le ragioni principali che stanno alla base di tale decisione non abbiano una astratta relazione con il fatto di sentirsi o meno «all’altezza di guidare una collettività»: credo, piuttosto, che abbiano inteso rappresentare, attraverso un gesto eloquente e in buona parte inatteso, la denuncia di uno stato di corruzione inaccettabile in seno alla curia romana; un gesto, come ho avuto modo di dire, che ho comunque apprezzato”.


A questo punto, qual é secondo lei la marcia in più che la Chiesa Cattolica deve ingranare? Quali sono state, secondo lei, le pecche maggiori?

“La marcia in più, temo, è proprio quella che la chiesa cattolica, in quanto istituzione, non ingranerà: mi riferisco alla realizzazione di quelle istanze di rinnovamento proposte dal Concilio Vaticano II che, sotto i pontificati di Wojtyla e di Ratzinger, sono state radicalmente stroncate, sia sotto il profilo della riflessione teologica, la quale è stata ricondotta entro gli argini di una dogmatica ecclesiale rigida e reazionaria, sia per quel che attiene all’aspetto ecclesiologico, dove la struttura ha prevalso rispetto a tutti gli elementi che dovrebbero vivificarla, contribuendo così al suo rinnovamento. Sono dell’avviso che un cambiamento reale possa aver luogo soltanto nella misura in cui la chiesa cattolica restituirà protagonismo alla dimensione comunitaria ed alla sua creativa polifonia, unico antidoto all’accentramento istituzionale messo in atto da un pensiero omologante.

Le pecche maggiori credo che si possano rinvenire su due versanti: da un lato esse hanno assunto il volto dell’intransigenza vaticana, del suo rigido controllo su ogni elaborazione teologica o organizzazione comunitaria che recasse i tratti dell’originalità e della libertà; dall’altro credo che una parte non indifferente della cosiddetta «base» abbia avallato questi atteggiamenti, rendendoli possibili e persino prevalenti in seno al cattolicesimo come realtà «di popolo»: e questo, dal mio punto di vista, è sconfortante”.

Cosa si aspetta da questo conclave? La Chiesa avrà il coraggio di uscire da questa crisi rilanciando la sua azione verso la modernità o resterà ancorata a posizioni più conservatrici?

“Ad essere sincero non mi aspetto granché: c’è, infatti, da tenere in debita considerazione il fatto che, nella sua interezza, l’attuale conclave è composto da cardinali nominati sotto i due ultimi pontificati, i quali, come ho provato a rilevare, non hanno certo brillato quanto ad apertura nei confronti della modernità, verso la quale hanno assunto, di volta in volta, un atteggiamento censorio o apertamente ostile. Anche i tanto sbandierati tentativi di dialogo posti in essere da Benedetto XVI, sono stati sovente l’espressione di un magistero che ritiene di aver tutto da insegnare e nulla da imparare dal mondo e dai suoi rivolgimenti. Questa ritrosia al confronto ha determinato un’impermeabilità del cattolicesimo istituzionale rispetto alle istanze della modernità tale che, in tutta onestà, credo sarà difficile ovviarvi: nell’insieme, la discussione di tematiche complesse e delicate quali l’etica, la laicità, il dialogo ecumenico ed interreligioso, risente in ambito cattolico tradizionale di un’impostazione che, nella sostanza, risulta ancora pre-moderna, poiché ignora le conquiste fondamentali del pluralismo, della libertà di coscienza, della separazione tra Stato e chiesa. Certo è che, se il cattolicesimo istituzionale non intenderà recedere dal suo integralismo, il futuro che lo attende non può che essere quello di un progressivo arroccamento che, temo, finirà per risultare del tutto controproducente. Il problema, come ho provato a rilevare, risiede nel fatto che questo conclave non sembra in alcun modo dare adito a sia pur vane speranze di rinnovamento: ma mi auguro che la mia analisi sia (come del resto è probabile) imprecisa ed il mio pessimismo eccessivo”.

 Qual é il suo augurio per il futuro Papa? È quale consiglio sente di rivolgergli, visto il duro compito che lo attende?

“L’augurio non può che essere quello di approntare tutte le misure necessarie perché il cattolicesimo si apra, sia pure con forte ritardo, a quelle istanze di collegialità che gli consentirebbero di esercitare al proprio interno la più grande e difficoltosa tra le conquiste della modernità: quella democrazia che, in ambito vaticano, fatica ancora a prendere forma. Questo, credo, potrebbe consentire al prossimo pontefice, chiunque egli sia, l’esercizio di un ministero più sereno e più fecondo. Quanto ai consigli, solitamente mi astengo dal darne; preferisco, pertanto, esprimere un auspicio: che le donne, in seno al cattolicesimo, possano godere di quella piena parità sotto il profilo della responsabilità e degli incarichi di cui, ancora, non beneficiano. Sono certo che questo possa rappresentare il passo capace di conferire alla chiesa cattolica una sensibilità più profonda, un’intelligenza più acuta, una libertà più piena. Ma anche in questo caso, temo, le mie aspettative, almeno a breve termine, saranno deluse”.

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