“L’ars oratoria” e Patanè

L’oratoria: l’arte del parlare in pubblico con un discorso eloquente, ed è strettamente collegata alla retorica, ovvero l’arte del dire, parlare in pubblico e di saper comporre versi per un testo.

L‘improvvisazione: In pratica, come nella commedia dell’arte o nel jazz, improvvisare il più delle volte corrisponde ad esprimersi a partire da un canovaccio dato. Uno dei primi storici della commedia dell’arte, Andrea Perrucci, parlava dell’improvvisazione come di un’impresa bellissima e pericolosa cui non “si devono porre se non persone idonee ed intendenti, e che sappiano che vuol dire regola di lingua, figure rettoriche, tropi e tutta l’arte rettorica, avendo da far all’improvviso ciò che premeditato fa il poeta”.

Questo è quello che si leggeva sul profilo di Paolo Patanè dopo il pride di Bologna, digerito il non trascurabile smacco di essere il primo presidente di Arcigay a non essere inserito di diritto nel comitato organizzatore di un pride nazionale, sopportato l’essere stato sbattuo sul palco come ultimo oratore, in genere posizione chiamata “di culo” (scusate ma si dice così), cioè l’ospite meno importante che si deve far parlare per smarchettamento ma si infila alla fine quando la gente stanca comincia a svuotare la piazza, cerca di accreditarsi come fine oratore che improvvisa i suoi bellissimi discorsi infarciti di barocchismi siculi.

Come non ricordare nel 2011 la sua bellissima frase ad effetto “Berlusconi tu hai portato Gheddafi noi abbiamo portato Lady Gaga” (dopo pochi mesi Berlusconi dimissionario, Gheddafi ammazzato, fossi in Lady Gaga qualche scongiuro lo farei NdR), il significato della quale costituisce ancora oggi nelle redazioni giornalistiche la dimostrazione che i misteri di Fatima erano 4 e non 3.

Poi qualcuno pubblica il discorso del palco, dimenticando però di cancellare i suggerimenti (con enfasi), (con maggior enfasi). Bell’improvvisatore.

Ma quando avremo il piacere di leggere o sentire qualcosa di vero dalla bocca di Patanè.

 Emanuele Daolio


Migliaia in piazza per il gay pride dei diritti civili

Un corteo colorato con tamburi
e musica La festa e poi le rivendicazioni: vogliamo più diritti

ANTONELLA MARIOTTI
TORINO

«Mamma, mamma». «Tesoro come sei bello!» e intorno alla mamma tutta la famiglia, sorelle, cognati e nipoti con il naso all’insù. Lui, il «tesoro», spunta dal camion attrezzato per i matrimoni del «Torino pride 2012», truccatissimo, e con una parrucca verde acido. Intorno in ventimila pronti al corteo.

Il cambiamento 
Forse è questa la scena che spiega più di ogni parola come stiamo cambiando, non senza difficoltà. Perché ieri al gay pride dal titolo «Non vogliamo mica la luna» – sotto titolo «ma solo quella di miele» – c’erano, è vero, trenta coppie che avrebbero voluto sposarsi e tra loro anche Valery ed Eleonora: «Ma non sono i nostri nomi veri – spiegano – meglio che le nostre famiglie non sappiano di questo». Vivono in provincia di Cuneo, ed è davvero così difficile? «Diciamo che le nostre madri ci dicono “quando siete a casa se ci sono altre persone fate come se foste solo amiche”. Sul lavoro va un po’ meglio: non dobbiamo nasconderci…». E con il loro mazzetto di lavanda sono salite sul camion-per-matrimoni. Poco distante Alberto e Roberto che sono «solo amici» ma che pensano un giorno di trovare l’anima gemella solo per un’unione civile, intanto «ti aspettiamo stasera in via Principessa Clotilde» dove Roberto è drag-queen.

Il colore
Intorno era tutta una festa effetto Viareggio con le maschere, come quella di Berlusconi e poi tamburi, abbigliamenti inverosimili, tacchi che superavano di molto i venti centimetri, e lenti a contatto per uno sguardo da alieno. E la coppia sposa/sposo che apriva la sfilata: due lui in bianco eccessivi, con valigia da luna di miele. E slogan, molti contro la Chiesa come «fuori i preti dalle nostre mutande». Parrucche di tutti i generi e colori dal rosa all’azzurro, ma anche coppie rigorosamente etero che in omaggio al gay-pride si sono scambiate i ruoli. Come Paolo e Benedetta: lui con gonna con spacco e reggiseno in vista, lei con i baffi disegnati e un doppiopetto. L’atmosfera pareva quasi brasiliana «sì sembra proprio il mio paese» rideva Simona, immigrata dal Brasile, che da vent’anni vive a Torino e che «noi queste cose le facevamo trent’anni fa».

Le istituzioni
Nel corteo i politici, quelli che si sono dedicati al rito del matrimonio, ma non proprio quelli che istituzionalmente sarebbero un segnale e qualcuno polemico chiedeva: «Che fine hanno fatto i grillini?». E’ arrivato anche Alessandro Cecchi Paone: «Sono qui perché due miei amici si sono sposati (Giovanni Minerba presidente del Festival del cinema gay e il suo compagno DA-miano Andresano; n.d.r). Partecipo sempre al gay pride di Torino, quest’anno ancora più volentieri proprio per i matrimoni. Ma siamo in un paese dove i politici subiscono le pressioni della Chiesa cattolica, sarà difficile arrivare a una legge». Poi dal corteo una voce che annuncia l’intervento di Laura Manfredi, Associazione genitori gay di Torino che ha gridato «quanta sofferenza hanno dovuto provare i nostri figli. Che hanno diritti negati, perché anche loro devono avere la possibilità di fare dei progetti di vita». Ha poi ricordato le violenze a Roma di questi ultimi giorni: cinque aggressioni. Con i genitori dell’Agedo c’era anche il padre di Daniel Zamudio, il ragazzo cileno ucciso in un raid omofobico a marzo. «Noi dobbiamo combattere tutti i giorni – ha chiuso Laura Manfredi – anche contro l’omofobia che è dentro di noi»

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/458730/

Omofobia: Roma reagisce, mentre a Varese Patané non volle manifestare per Marco Coppola. Presto tutta la verità, al Colosseo tremano..

Solo due settimane fa vi avevamo parlato dello strano caso dell’aggressione a  Marco Coppola

che il presidente dell’Arcigay Nazionale Paolo Patané aveva denunciato come aggressione omofoba ma che lo stesso Prefetto Cirillo, vice capo della Polizia di Stato a capo di Oscad, l’osservatorio a tutela dei gay, aveva smentito in una intervista all’Espresso negando la matrice omofoba. Continua a leggere

PATANE’-IL SECCHIO DI URINA E GLI AVVOCATI DI ARCIGAY

Fai causa con Arcigay Nazionale? E gli avvocati non si presentano in aula.. Ma Patané si preoccupa solo che i giornali non lo sappiano..

Fine settembre 2010 a Ragusa. Un ragazzo di 25 anni riceve una secchiata di urina da 5 coetanei in vena di bravate. Differentemente da tanti altri episodi la vittima decide di non subire ma di sporgere denuncia e così i 5 imbecilli vengono identificati e denunciati per violenza privata.

http://www.siciliamediaweb.it/cronaca/2846_ragusa-apostrofano-un-gay-e-gli-versano-addosso-un-secchio-di-urina.html

Come da copione scatta la solidarietà, e la corsa al comunicato, dei politici e delle associazioni lgbt. Paolo Patanè di Arcigay Nazionale e Salvatore Milana in una nota congiunta tuonano: “Finalmente nella nostra città un omosessuale, a cui va tutta la nostra solidarietà, è riuscito a trovare il coraggio per denunciare l’intolleranza subita. Non era mai accaduto prima, eppure sappiamo di lanci di pietre, botte e atti di vandalismo alle auto che non vengono denunciati per paura. Invitiamo tutti gli omosessuali a rivolgersi alla nostra associazione: forniremo loro piena solidarietà e il sostegno legale necessario”. (cit Milana)”.

“E’ urgente e necessario che la Commissione dia audizione all’associazionismo lgbt italiano. In quella sede vorremmo offrire al legislatore un quadro dettagliato e dati reali sull’emergenza in corso, anche sulla base dell’esperienza trentennale di prevenzione del fenomeno e sostegno alle vittime”. (cit Patanè)

Il ragazzo, in seguito, decide di accettare l’offerta del presidente Milana e diventa vicepresidente del circolo ragusano di Arcigay.

Qualche giorno fa in calce alla nostra nota sull’imbarazzante caso di “omofobia” che avrebbe subito il presidente del circolo Arcigay di Verbania Marco Coppola

https://gaiaspia.wordpress.com/2012/06/01/larcigay-denuncia-aggressioni-false-loscad-smentisce-il-buffone-patane/

è apparso il seguente commento: “Vincenzo Tumino si, e per le aggressioni vere, gli avvocati forniti da arcigay non si presentano in aula per l’udienza… “

Potevamo non cercare di capirne di più? Voi che dite? Abbiamo scoperto che Vincenzo Tumino è (o meglio era) il vicepresidente del circolo Arcigay ragusano e la vittima dell’aggressione. L’abbiamo quindi contattato per chiedere cosa volessero significare le sue parole.

Sul perché si sia dimesso dal direttivo Arcigay ragusano ci ha raccontato che l’episodio di Coppola “è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso” ma non solo.

Esistono anche ragioni economiche perché non solo Arcigay Ragusa deve, parole di Tumino, restituirgli 550 euro per una fattura anticipata da lui per il Gayday del 2011 ma anche 250 euro per il pagamento dell’avvocato per la costituzione di parte civile sia di Arcigay Ragusa che di Arcigay Nazionale, soldi dal Tumino anticipati ma mai rimborsati perchè, sempre secondo la sua testimonianza, Dimitri Lioi (responsabile legale nazionale) gli avrebbe dichiarato che “l’associazione aveva problemi economici”.

Ma non basta, il Tumino dichiara inoltre che l’avvocato messogli a disposizione da Arcigay non si sarebbe presentato in aula alla data dell’ultima udienza a causa di uno sciopero dei mezzi di trasporto, ampiamente pubblicizzato e di pubblica conoscenza inficiando di fatto la sua denuncia. Avvisato prontamente Paolo Patanè via telefonica il Tumino è rimasto allibito dalle parole del presidente nazionale che invece di interessarsi dell’andamento del processo e informarsi delle cause del mancato arrivo dell’avvocato fornito dalla sua associazione pareva solo essere interessato alla presenza di eventuali giornalisti in aula e della brutta figura che avrebbe potuto fare Arcigay.

Caro Patanè la brutta figura come al solito l’avete fatta voi e lei in particolare, ma poi, mi scusi, Arcigay ha un bilancio che sfiora un milione di euro, lei riceve da Arcigay uno stipendio di 24.686 euro più 33.000 euro di rimborsi spese, vive a Roma in una casa che costa all’associazione quasi 30.000 euro l’anno, è sicuro che 250 euro non poteva anticiparli di tasca sua al Sig. Tumino?

da Agrigento

Maria Catena D’Amore

Gay Pride, se l’educazione è politica

La presentazione del Gay Pride ieri a Palazzo d’Accursio è stata un piccolo esempio di buona politica. La conferenza stampa è durata in tutto 40 minuti. Gli organizzatori hanno parlato uno-due minuti a testa. Le richieste della comunità Lgbt, dai matrimoni gay alle adozioni per coppie omosessuali, sono state ribadite senza sbavature polemiche. Alla Chiesa è stato riconoscito rispetto, nella diversità. Agli artisti che non parteciperanno al Pride è stato chiesto solo piú impegno per i diritti civili.

Colpisce tanta buona comunicazione, e buona educazione. Colpisce perché non ci siamo piú abituati. Ce lo ha dimostrato ieri il consigliere regionale della Lega Nord Mauro Manfredini, che parlando dei minori immigrati nelle tendopoli si è abbandonato al turpiloquio, chiedendosi in definitiva “Che ca…o vogliono questi?”. Ce lo dimostra Facebook, dove sempre piú spesso di cede alla tentazione facile dell’offesa, o dell’aggressione verbale, dell’esagerazione linguistica. Lo fanno comuni cittadini e politici, senza distinzioni. E la mania comincia dilagare anche su blog e siti.

Amici che stanno sui Social Network da prima di me dicono che qualche anno fa non era cosí. Sarà che a fare da apripista ci fu Umberto Bossi, e a sdoganare la cultura del ” vaffa” c’é oggi Grillo, ma l’imbarbarimento verbale é una brutta deriva, per la politica e per il vivere civile, perché gli insulti tolgono dignità alle parole. Impediscono di confrontarsi su un’idea, anche da posizioni distanti, e ostacolano la comunicazione. Quella cosa per la quale alla fine di una discussione si puó ritrovarsi d’accordo, o anche no, ma ci si saluta comunque con rispetto.

http://bignami.blogautore.repubblica.it/2012/06/06/gay-pride-esempio-di-educazione-politica/